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A Levanzo sono state scoperte varie
grotte di epoca preistorica, ma la
grotta di Cala del Genovese o del
Genovese racchiude uno dei più
straordinari complessi figurativi
di arte rupestre preistorica. La sua
scoperta fu sensazionale, perché
per molto tempo si era ritenuto che
la pittura parietale di epoca preistorica
fosse limitata alla Francia e alla
Spagna. Con i suoi graffiti e pitture
è ora conosciuta in tutto il
mondo. Vi sono rappresentate figure
umane maschili e femminili, cervi,
tori, vacche, asini, cani, maiali,
delfini, tonni, e altri pesci. Alcuni
di essi (tori, vacche, cinghiali,
ecc.) sono animali sacri alla dea
della fecondità. Lo sciamano
preistorico preparava i riti di iniziazione
sacrificando probabilmente gli stessi
animali che venivano dipinti all'interno
della grotta, che lui immaginava fosse
il ventre della Grande madre della
fertilità: ecco perché
si può dire che il sito è
una grotta -santuario. Anche il falò
è un culto antichissimo collegato
alla Madre Terra.La grotta fu scoperta
la prima volta dall'esploratore R.Giglioli
che, per un ancoraggio fortuito nel
1881, ne conobbe la solitaria bellezza;
egli comunicò la scoperta alla
redazione dell'archivio per l'Antropologia
e l'Etnologia. L'importante scoperta
non ebbe allora molta eco e, con il
passare degli anni, tutto venne dimenticato.
La grotta acquistò fama mondiale
in anni più recenti, grazie
alla riscoperta fatta dalla pittrice
Francesca Minellono di Firenze nell'autunno
del 1949. Trovandosi in vacanza a
Levanzo in cerca di angoli suggestivi
da dipingere, la signorina Minellono
fu indirizzata da un pescatore alla
grotta tutta dipinta, sconosciuta
persino alla maggior parte degli abitanti
dell'isola. Vedendola, la pittrice
si rese conto del grande valore di
quella scoperta e, tornata a Firenze,
si rivolse al paletnologo Paolo Graziosi
per segnalarvi la grotta. Presi accordi
con la soprintendente per le antichità
della Sicilia Occidentale, Jole Bovio
Marconi, in poco tempo fu organizzata
una spedizione di esperti, che esplorò
la grotta denominata "grotta
dei Cervi" per il numero elevato
di graffiti che rappresentano questo
animale.Le raffigurazioni si distinguono
in due cicli artistici differenti
per tecnica ed età. Il ciclo
più recente è costituito
da pitture in colore nero, riproducesti
un centinaio di figure antropomorfe,
zoomorfe e simboliche, databili ad
epoca neo-eneolitica. Il secondo ciclo,
costituito da raffigurazioni incise
riproducenti 29 animali e 3 figure
umane, è più antico
essendo riferibile al Paleolitico
superiore (10.000 a.C) Lo stile di
queste incisioni è naturalistico;
le figure degli animali, visti di
profilo, consistono in bovidi, cervidi,
ed equidi; tra questi ultimi appare
anche l'equus hydruntinus, oggi estinto.
La grotta, cui si accede attraverso
uno stretto cunicolo, è lunga
circa 35 m e larga 8,5 m. Essa è
preceduta da un'antegrotta, ben illuminata
dalla luce del giorno, che ha un'imboccatura
di circa 8 m, una profondità
di 12 m, e un'altezza di 14 m. Lo
studio approfondito fece emergere
che i graffiti sono del periodo Paleolitico,
mentre le pitture sono del periodo
neolitico. Lo scavo effettuato dal
prof. Paolo Graziosi nel 1953 nell'antegrotta
fece emergere un frammento di osso
di foca, un molare di elefante, un
frammento di mandibola di iena, e
numerosi resti di pasto. La grotta
del Genovese è situata nel
terreno di proprietà di Castiglione
Natale, che ne è l'attuale
custode. Il gruppo di ricercatori
si spostò poi nell'isola di
Favignana per altre esplorazioni e,
in alcune grotte di San Nicola, furono
trovati graffiti del periodo neolitico.
Dal libro: Egadi ieri e oggi (Isolani,
deportati, schifazzi) di Michele Gallitto,
cultore di storia, delle isole Egadi.
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