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Levanzo Grotta del Genovese
I graffiti si trovano nella parte bassa della
parete nord-occidentale, sotto i dipinti che vediamo
oggi; alcuni sono tracciati con tratto marcato,
altri risultano visibili soltanto a luce radente
e quasi cancellati dalla patina del tempo.
Si tratta di 33 figure, di cui 29 animali e 4
umane; gli animali rappresentati sono : 6 cervi,
10 bovidi, 12 equidi e 1 probabile felino.
La descrizione piú ampia e competente dell'intero
ciclo artistico di Levanzo si trova nel volume
del suo scopritore Paolo Graziosi, "Levanzo.
Pitture e incisioni".
Noi ci limiteremo a mettere in rilievo il sentimento
di potenza e di bellezza che scaturisce dalle
incisioni, attraverso uno stile squisitamente
naturalistico; che però, a differenza degli
animali delle grotte franco-cantabriche, è
ridotto alla pura essenzialità del profilo:
non serve piú ora rappresentare i particolari
occhio, bocca né dare corposità
all'immagine con chiaroscuri e toni cromatici.
Tutta l'essenza della bestia è lí
espressa, ricreata inequivocabilmente e mirabilmente
da una straordinaria forza di concentrazione magica.
La piú bella delle incisioni di Levanzo
e certo una delle piú interessanti di tutta
l'arte preistorica è la figura di un cerbiatto
che volge la testa, realizzata con un solo tratto
graffito : un vero tocco da maestro che ricrea
perfino il carattere timido e pavido. Eppure l'artefice
non ha avuto bisogno di raffigurare né
occhi né bocca : l'espressione, proprio
per magia, ci giunge da un puro segno che è
il simbolo di qualcosa ormai indelebilmente impresso
nella nostra coscienza... di cacciatori. Altri
cervidi sono rappresentati in corsa, al pascolo
: uno è colto in atto di bramire, un altro,
dalle corna ramose, cammina nobilmente in salita.
Gli equidi, assai simili ai nostri asini, si riferiscono
a quell'Equus asinus hydruntinus, assai diffuso
in quell'epoca e che, a giudicare dai depositi
di ossa rinvenuti, doveva essere largamente cacciato
per la sua carne. Nella grotta ve n'è uno
col suo puledro, uno ritratto mentre arranca in
salita, alcuni in atto di brucare l'erba, uno
immobile e attento con la testa ritta come avesse
udito un rumore sospetto, altri in corsa.
Di straordinaria potenza sono i bovidi, in particolare
i tori; fra questi ricorderemo un grande toro
di cui è rappresentata soltanto la parte
anteriore del corpo, in atto di caricare una vaccherella
che gli cammina davanti; il maschio tiene la testa
bassa e la lingua gli esce penzoloni dalla bocca.
Un secondo magnifico esemplare esprime tutta la
sua potenza nella corsa, un terzo è appena
accennato in un ardito ritratto a prospettiva
frontale. I bovidi di Levanzo hanno tutti le corna
rivolte in avanti e non concluse in punta : si
tratta di un uso peculiare nell'arte della «
Provincia mediterranea », che conferisce
all'immagine una particolare suggestione di potenza
e temibilità.
In alcuni graffiti si ha l'impressione che siano
stati eseguiti per acquisire la conoscenza di
un particolare aspetto dell'animale, poiché
è stata raffigurata una sola parte del
corpo : una testa, un tronco acefalo soltanto
per studiare la tensione e la postura delle zampe
posteriori, un probabile felino rampante, anch'esso
acefalo e senza le zampe superiori, un corno.
Sotto una terribile testa di toro con la lingua
pendente e corna smisurate sono raffigurate soltanto
le gambe di un uomo in fuga, piú piccolo
della testa dell'animale, e ciò conferisce
una straordinaria vivezza e drammaticità
alla scena. A mano a mano che l'occhio scruta
i graffiti nella semioscurità, da quelle
linee a volte appena percettibili si sprigiona
una giovinezza senza età, una gagliardia
e un coraggio che vincono la patina di vetustà
dei millenni e ci ricongiungono alle origini remote
del nostro stesso esistere : tanto che a qualcuno
degli attuali visitatori può essere ben
dato di compiere anche lui la sua iniziazione
e di rinascere a sua volta mutato dal ventre della
Grande Madre.
Tale riflessione nasce soprattutto quando si scopre
l'incisione di un gruppo di tre figure umane,
chiaramente impegnate in una danza rituale. A
differenza degli animali, gli uomini sono ritratti
non naturalisticamente, ma stilizzati : uno, in
primo piano, ha il capo e il volto interamente
coperti da una maschera a forma di cappello di
cuoco con delle tacche che ne ornano i bordi;
dei filamenti, probabilmente una barba, scendono
da sotto la maschera su un grande tronco, anch'esso,
come pare, coperto o tatuato con le stesse tacche
che ne segnano i limiti; non sono raffigurate
le braccia. Il personaggio ha una sorta di cintura
in vita realizzata con cinque solchi orizzontali;
le gambe sono corte rispetto al tronco, con un
frettoloso accenno di piedi.
Dietro di lui, ai due lati e in prospettiva, danzano
gli altri due uomini : quello di destra ha lo
stesso copricapo-maschera dell'uomo barbuto, dal
quale scendono posteriormente due linee come nastri;
ha le due braccia tenute arcuate e distaccate
dal tronco : il braccio sinistro è ornato
da due serie di tre braccialetti ciascuna e termina
con un accenno stilizzato di mano e dita. Il corpo
si muove sinuosamente e tale movimento è
reso con tratti sommari e grossolani, ma di straordinaria
efficacia.
Il personaggio di destra porta una maschera ad
accentuato becco di uccello e danza a braccia
alzate; dietro la testa, sopra la spalla destra,
si intravedono una serie di tratti incisi incomprensibili,
che potrebbero riferirsi a un'ala o a una cresta.
Il tronco snello si conclude in una vita stretta,
mentre le gambe sono stilizzate col solo profilo
esterno, divergenti e non finite. Chi sono i tre
remoti danzatori? Nel mistero che li avvolge è
soltanto evidente che essi sono intensamente impegnati
in un'esistenza rituale che regge tutto il mondo
animale che li circonda; sono i veri, liberi reggitori
del mondo, di cui si può dire, coi primitivi
d'oggi : « Io sono l'uomo creato dal Signore
dell'infinito ».
Ma ciò che va trattenuto è anche
il fatto che per la prima volta l'essere umano
compare come protagonista sulla scena dell'arte,
solo, non in complementarietà con l'animale.
Che ciò rappresenti un fatto memorabile
e non una semplice coincidenza poté essere
confermato quando, nel 1952, fu scoperta la Grotta
dell'Addaura, sul Monte Pellegrino, vicino a Palermo,
press'a poco contemporanea della nostra, e meravigliose
incisioni rivelarono una scena rituale nella quale
le figure umane erano piú numerose di quelle
animali e predominavano anche come importanza
e come stile. Infatti, mentre i pochi animali
erano sempre raffigurati con naturalismo, inferiore
come qualità a quelli di Levanzo, glì
uomini vi figurano graffiti non in stile naturalistico
né stilizzato ma in un nuovo stile che
possiamo chiamare « verista », unico,
inimitabile e non imitato esempio nell'arte parietale
preistorica.
Dunque, ancora una volta, qualcosa di sconvolgente
è avvenuto nella coscienza umana tra il
10000 e il 9000 a. C.: qualcosa di cui dobbiamo
cercare le radici in quella tensione all'astratto
e alla sua coltivazione, che abbiamo visto caratteristica
della « Provincia mediterranea » e
che gradatamente aveva portato l'uomo a passare
dall'osservazione del mondo animale alla riflessione
su se stesso e sulle proprie facoltà creative,
anzi, diremmo, sulla propria nobiltà di
creatura a somiglianza del « Signore dell'infinito
». Frattanto a Levanzo e Favignana le tribú,
sempre formate da poche decine di individui, vivevano
di caccia, di pesca e della raccolta di molluschi
e dei frutti spontanei. Là, nella Grotta-santuario,
i riti di iniziazione durarono per molte generazioni;
nell'antegrotta venivano compiuti sacrifici immolando
gli stessi animali che erano raffigurati nel segreto
della caverna. Qualcuno, forse gli stessi sciamani,
coltivava anche il pensiero astratto raffigurando
in colore rosso, su ciottoli reniformi, certe
sequenze di linee e di tacche marginali rispondenti
a piani di riflessione complessa che non derivava
direttamente dalla Natura, ma si formava dentro,
dall'elaborazione di un ritmo esclusivo dell'uomo.
Questi ciottoli dipinti, risalenti a un imprecisato
periodo di trapasso fra il Paleolitico e la prima
Età del Rame, richiamano alla mente una
primitiva espressione di conteggio, un inizio
di raffigurazione grafica di quantità numeriche.
Vi fu un uomo, forse in quello stesso periodo
di transizione, forse intorno al 7000 a. C., che
volle siglare sul fondo della Grotta-santuario,
lontano dai
230 graffiti, sulla parete sud, l'epoca sua con
lo stesso colore rosso che si trova sui ciottoli
dipinti. Come fosse ottenuto questo colore noi
non lo sappiamo : potrebbe essere grasso animale
e sangue, o piú facilmente grasso animale
e qualche sostanza ricavata da molluschi. Comunque
quell'uomo dipinse una graziosa figuretta umana
che segue la tradizione dei tre uomini danzanti
sopra descritti, con la stessa maschera a cappello
di cuoco. Anch'essa pare danzare, ma in uno stato
piú rarefatto, come fluttuasse nell'aria
senza necessità di poggiare i piedi in
terra. Sotto di lei, leggermente spostata a destra,
una seconda figura rossa, non decifrabile, sta
a metà fra l'umano e l'animale. Pur notandosi
un voluto riferimento al mondo dei cacciatori,
qualcosa nello stile di queste pitture denuncia
che la struttura ideale portante di quel mondo
qui non c'è piú; lo stesso uso della
pittura in luogo della dura incisione nella roccia
mostra un cambiamento.
Eppure la figuretta rossa di Levanzo non appartiene
con tutta evidenza al ciclo delle pitture nere
della Grotta. È un momento di passaggio,
una specie di addio della civiltà della
caccia, dell'uomo paleolitico. Intorno al 6000
a. C. il peduncolo che univa Levanzo alla terra
si fece sempre piú esile, circondato di
stagni salati; la fauna probabilmente si ritrasse
e l'uomo la segui per nutrirsi. Il mare continuava
a crescere. A poco a poco la conformazione della
terra e delle acque si modificò in corrispondenza
con la fine dell'Era Glaciale e con lo sciogliersi
dei ghiacci. Nel 5000 a. C.al posto della punta
occidentale sicula esistevano due nuove isole
: le attuali Levanzo e Favignana, mentre la linea
costiera si era ritirata poco piú in avanti
dell'attuale. Le nuove isole erano deserte d'uomini
e degli animali superiori. Una fase si era compiuta
e per alcuni millenni la vicenda umana si svolgerà
altrove : qui non restò che la Natura a
presidiare l'acqua, la terra emersa e i graffiti
immersi nelle tenebre.
Tratto da Egadi Mare e Vita Mursia Editore
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